venerdì 26 aprile 2013

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Blase Pascal :  La voce di un uomo che sfugge ai limiti della ragione.di Fabio Squeo





Si parla di Pascal come di un talento esploso sin dalla tenera età, poiché la sua vivacità e l’oculata osservazione per le piccole cose della realtà lo condizionavano fino a “domandare sino alla noia”.

Ci informa la sorella Gilberte Périer:

“Appena mio fratello raggiunse l’età della ragionediede segni di straordinaria  intelligenzae non tanto per le risposte quanto per le domande”.

Questa è la caratteristica di un bimbo prodigio il quale, piuttosto che vivere “l’ebbrezza continua di gioventù” [François de la Rochefoucauld (… prendere a calci il pallone o gettare un urlo “Tana scopro tutti! ” -  gioco del nascondino -)  annuncia (… è lo stesso Pascal a confidarcelo): Gli uomini si dedicano ad inseguire una palla o una lepre; è il piacere persino dei re” . Ma egli  preferiva di gran lunga l’armonioso potere del silenzio, quale motore che muove l’universo delle creature; quindi decide, per sempre, di rannicchiarsi ai piedi di un ciliegio al fine di contemplare le bellezze del creato, i suoi rigogli vegetativi, e raccogliere i frutti nei tempi delle prime allegagioni. Si pensi che a soli 19 anni scoprì il primo computer della storia, conosciuto come Pascalina.

“La sua curiosità era inarrestabile” - scrive Gilberte - e col passar del tempo, l’acuta osservazione e la passione per la vita non bastarono a delineare il suo temperamento, ma“crebbe in lui la forza del ragionamento”. Un ragionamento costellato di logica-matematica, che ben presto gli riserverà notevoli sbalzi di umore, soprattutto per la complessa condizione umana di cui egli era un protagonista all’interno di uno scenario di precarietà e di miseria. Pascal scrive: ” Un albero non sa di essere miserabile, ma essere grande significa conoscere di essere miserabile” .Il sentimento di precarietà della condizione umana è un dato intrinseco alla natura umana, che le conferisce il negativo presagio di essere corpo finito o finitezza nella sostanzialità.  Un ragionamento, che nel tempo gli solleticherà la consapevole conferma di un concetto di vita fondamentale, peraltro coincidente col percorso in cammino verso la verità: cioè la  possibilità di sfatare, dopo accurate analisi geometico-matematiche, infinite realtà, sempre ancora da scoprire, e nonostante il sistematico impegno compiuto, esse aumentano sistematicamente a dismisura. Secondo Pascal, l’attività della mente umana è talmente infinita che non basterebbe una vita biologica in grado di raccogliere gli infiniti limiti imposti dalla natura; questo, però, non significa porre sotto scacco il fine ultimo dell’uomo e marchiarlo dell’impossibilità ontologica alla ricerca del vero, anzi, egli crede nell’uomo ed è convinto dei suoi valori più intimi  che fanno leva sulla condotta dell’agire morale.  “L’uomo non è mai semplicemente una cosa tra le tante cose” [Martin Heidegger].  Secondo Pascal, l’uomo è “una canna, ma pur sempre  pensante : certo fragile, dinnanzi alle intemperie dell’universo dei limiti, ma pur sempre pensante e sussistente, cioè in grado di trovare la strategia più conveniente alla propria auto-conservazione fisica e morale. Egli scrive:
“ tutta la dignità dell’uomo è nel suo pensiero” . L’uomo, deve prendere in mano la propria condizione morale-esistenziale e accettare filosoficamente la propria limitatezza, e magari, con una spolverata d’ironia , burlarsi ogni tanto delle proprie“scoperte dell’acqua calda” se si vuole scavalcare il muro delle imperfezioni. Egli scrive nei suoi frammenti:  “L’ultimo passo della ragione umana è di riconoscere che ci sono infinite cose che la sorpassano”. 
L’uomo non deve demotivarsi dal suo progetto originario che porta alla luce universale, perché tra gli infiniti sogni e le infinite notti insonne passate a realizzare il suo autentico progetto di vita, deve  rendersi conto che a breve sarà possibile per l’umanità intera “toccare il cielo con un dito”, pur restano con i piedi saldi in terra. Questa è la sua scommessapiù grande. Le leggi dettate dalla fisica e dalla matematica, regolano certamente il mondo dei/nei limiti, esse però non vanno assolutizzate; devono fungere soprattutto da trampolino di lancio per carpire le vere problematiche escatologiche, che non interdicano l’uomo dalla comunicazione con Dio.Il riconoscimento dei limiti della ragione deve mirare a dimostrare la “necessità della Fede”  come unica e sola strada attraverso la quale arrivare all’individuazione di principi valevoli universalmente. “Perché la fede abbia un qualche valore, deve saper sopravvivere alle prove più dure”. [GandhiLe prove ontologiche, anche le più dure, non vanno superate secondo procedure schematiche e/o macchinose né dimostrate razionalmente ma devono risultare vere alla luce di una “intuizione” o “voce interiore”. Il che non ha niente a che vedere con l’edificio logico-deterministico definito daCartesio (il quale attribuiva - alle scienze
geometriche-matematiche - 
la sola conferma di una struttura
profonda in grado di comprendere e interpretare la realtà).
Pascal non era interessato a pervenire ad una dimostrazione dell’esistenza di Dio, quanto piuttosto voleva assicurarsi -  stando alle leggi della phyusis - se vale la pena o no riflettere“sul sentiero che porta nella direzione di Dio, ovvero nella direzione della sua immagine”.  “La fede, essendo un dono di Dio, non va dimostrata” …Ecco che Pascal obietterà e dirà ancora: “Il cuore conosce ragioni, che la ragione stessa non conosce”. 
Non smettere mai di ricercare le leggi e i principi, unici motori dell’universo fisico. Esse sono eccellenti ingredienti per un piatto succulento. L’uomo deve essere in grado di muovere - facendo appello  al suo buon senso – la propria ragione in termini di scelte morali e di comprensione della cultura del senso civico. Attraverso l’appello al buon senso, l’umanità avvertirà sul proprio corpo il fruscio dell’eternità, e con le proprie orecchie saprà udire gli echi evanescenti cosparsi nell’universo.Il cuore rappresenta, primariamente, la comprensione che porta nella traiettoria di Dio, a riconoscersi come parte di universo infallibile.
E’ certamente interessante fare esperienza delle leggi della natura ma sarebbe ancor più conveniente “riflettere sulle esperienze stesse
stando alle antiche memorie aristoteliche.
In Domenico Ruggiero la condizione umana dell’esistenza trova terreno fertile per impiantare il suo sistema dellacentralità della mente umana all’interno di un processo meccanicistico-razionale-intuitivo. Ruggiero accoglie fortemente la riflessione filosofica di Pascal e sostiene, a suo dire, che sarebbe un’impresa impossibile (per la sola ragione) rapportarsi alle leggi di Dio. La ragione non può penetrare nel groviglio dell’immanente, poiché ogni suo tentativo perirebbe sul nascere. La ragione è solo uno strumento matematico in grado di risolvere certamente i problemi legati alle ragioni di fede, ma non può dimostrare le verità,  in quanto  atti di necessità” , cosa che compete (nella natura dell’uomo) alla mente, in collegamento intimo al ponte dell’inconscio con la vera Realtà Onnisciente, mentre le ragioni di fede possono essere recuperate, come “anelito” grazie all’intervento in extremis di una procedura logico-sequenziale che assorbe in ultima analisi qualsiasi rimasuglio metafisico. Ma non basta: perché a volte l’uomo, immerso nella sua completa razionalità, non dispone del significato originale che spiega il dinamismo connaturato ai mali dell’umanità visti da vicino…Qual è la causa? L’intuizione di Pascal è ciò che propriamente Ruggiero definisce come “ Oggetto pensante” ovvero laRealtà Onnisciente , cioè l’energia che trae il proprio vigore essenziale tramite il corrispettivo di una mente universale. Un mente che conserva il dono della Coscienza degli uomini, che spinge loro ad una realtà sempre protesa alla massima espressione, una coscienza che può elevarsi rispetto al resto del cosmo, e lanciare il proprio anelito fino a penetrare nel corpo degli uomini, degli animali e delle cose.

lunedì 22 aprile 2013


http://domenicoruggiero.it.gg/SIGMUND-FREUD-d--UN-VIAGGIO-LUNGO-I-SENTIERI-INFINITI-DELL%26%238217%3BIO---k1-23_4_2013-k2-.htm#.UXaQVKKeOC4




SIGMUND FREUD: UN VIAGGIO LUNGO I SENTIERI INFINITI DELL’IO
di Fabio Squeo




Ogni volta che sentiamo parlare di Freud ci si riferisce quasi sempre alla mente, o meglio “all’inconscio”.
A cosa voleva alludere? Freud risponderebbe: per riconoscere e capire la grandezza o la pochezza di un uomo basta sentirlo parlare, e non solo, basterebbe semplicemente osservare attentamente ogni suo minino gesto.
Ecco che Freud ha così inaugurato, grazie alla abnegazione, al coraggio per le sue ricerche e alla curiosità per la vita, la pratica dell’analisi della mente al fine di scoprirne le cause che regolano l’universo interiore dell’uomo.
Questa pratica, chiamata “psico-analisi”, rappresenta per la società contemporanea, la “svolta fondamentale della storia umana” . Essa ha scombussolato i piani già precedentemente attuati e interpretati dalle varie realtà squisitamente speculative e pratiche che gravitavano su diversi significati attribuiti  a concetti come “IO – ME – INCOSCIO - .
Cogliere gli infiniti sentieri sterrati dell’Io è cosa dura e complessa anche perché, nonostante le indagini meticolose di una vita intera,  secondo Freud:
“gli uomini non rivelano volentieri la loro sessualità, ma indossano un pesante cappotto per nasconderla, come se nel mondo del sesso facesse sempre brutto tempo.”
In realtà, Freud è convinto che si possano scrivere interi volumi e definire fedelmente dettagli di ogni tenore di vita morale e spirituale, pur di sfatare i nascondigli della realtà (interiore). Ma l’essere umano, coscienziosamente, “per quanto possa camminare, mai potrà trovare i confini dell’Anima” [Eraclito da Efeso] e nemmeno sarà in grado di “penetrare nel cuore di ognuno di noi” . Prima di capire le intenzione dell’altro, e coniugarsi empaticamente  con i problemi di tutti i giorni che tormentano la dimensione singolare-emozionale degli uomini, è necessario “sapersi cogliere” in quanto soggetti potenzialmente e meravigliosamente profondi. Però quello che noi conosciamo, molto spesso, viene attribuito come un “qualcosa di già dato o dato per scontato” cioè: “Stefano è un bravo artigiano, Michele è un giovane responsabile, Consuelo è povera di idee” … ecc, ma in realtà, questi attributi rappresentano solamente una piccola parte della vita psichica dell’uomo, che così pensa veramente di conoscere il suo “Nёchtliche Schacht”, il suo “pozzo notturno” [Georg Wilhem Friedrich Hegel] , un espressione straordinaria cheBenedetto Croce traduce con “Fondo tenebroso, ancora più carico di quella valenza di sentimenti che avrà Freud.
Tutti noi, quindi, non possiamo immaginare il nostro mondo spirituale, perché se  dovessimo provare ad inabissarci “verso l’infinto e oltre” dell’Io (per usare un’interiezione tratta tal cartone animato “Toy Story)  secondo Freud, ciò testimonierebbe il fallimento del sapere umano nella pretesa di conoscere, possedere e dominare la realtà.
Ora sempre secondo Freud, dopo aver appurato l’esigenza di attribuire, al proprio io, la consapevolezza della propria grandezza e difficoltà di cogliere  propriamente la dimensione dello spirito umano, egli focalizza la propria attenzione su effetti psichici come il sogno, lapsus, atteggiamenti impulsivi ecc.
Egli sostiene che la stragrande maggioranza dei nostri problemi di natura pulsionale sono spiegabili, non come atti volontari che la coscienza percepisce mediante i sensi e di cui se ne fa oggetto di auto-analisi, ma “all’interno della regione della mente non emergente alla coscienza”, cioè all’interno di uno stadio prevalentemente sconosciuto alla mente umana, chiamato “INCONSCIO”.  E’ nella dimensione dell’inconscio che vengono archiviate le nostre più grandi paure, emozioni, rappresentazioni, modelli comportamentali e forze d’animo che, sulla base dell’agire umano, hanno scosso istintivamente  “i grandi spiriti temerari”, i quali risultavano essi stessi  inconsapevoli dell’atto eroico.
 Solamente scandagliando gli abissi del tugurio nero sarà possibile guardare a viso aperto la realtà nell’interezza e conferire ad essa  il giusto metro di verità.
Non si finisce mai di stupirsi delle infinite verità che abbracciano il nostro Essere. Confusi e disorientati dal Tram Tram dell’Esistenza, molto spesso attribuiamo l’origine dei nostri problemi, stupidi o ridicoli che siano, ad una realtà che impedisce all’uomo qualsiasi intervento; ma essa stessa viene gonfiata da altri valori rispetto alla propria natura, come dal caso o dal destino, cioè elementi esterni che potrebbero malignamente interferire al colloquio con l’io o con il proprio universo. E’ fondamentale ascoltare il monito morale di Sant’Agostino che, con sentimento amoroso per la verità, ci invita ad amministrare con coscienza la nostra interiorità e, ogni tanto, a lasciarsi andare perché a volte le cose che ci capitano non è detto che non abbiamo mai a che fare direttamente con noi; anzi molto spesso sono parte di noi nel “tutto abbracciante” [Karl Jaspers]
Domenico Ruggiero è lieto di offrire il suo ennesimo contributo o simbolo, spezzando una lancia a favore della “centralità” della mente umana (tanto posta sotto gamba dalla Weltanschaung di matrice Freudiana).   Nelle sue essenzialità pratiche e interazioni speculative, essa è la configurazione di una realtà completamente retta dalla logica- meccanica (che riconosce il proprio rigore su scala universale) secondo un impianto causa-effetto in stretta relazione con la ragione, che risolve matematicamente i problemi impostigli dalla mente.  Una logica  rigorosa che non risolve gli impedimenti in fatto di consensi e dissensi dettati dalla legge “dei buchi neri o dei vuoti mentali (realtà non codificate/bili, non filtrati/filtrabili) dal canale “trasduttore” della memoria centrale della MENTE. Per Ruggiero, la mente (in termini ingegneristici) rappresenterebbe il Central Processing Unit (la CPU) [o il Dio SOLE come direbbe Tommaso Campanella, in ossequio al suo trattato filosofico “la città del sole”] dove in termini di supremazia, Dio, unico motore e reggitore dell’Universo, ricucirà le ferite consumate dal divenire storico  e opererà contro le metastasi dei “nei delle menti contigenziali attraverso uno stretto collegamento con l’Inconscio.

sabato 20 aprile 2013

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La Cattedrale di Ruvo di Puglia: un esempio di microcosmo 

nella dimensione storica dell’uomo

di Fabio Squeo


“Monografia di Ruvo di Magna Grecia” Salvatore Fenicia scrive: 

“Ruvo morì per rivivere, come la fenice d’Eliopoli, dal cener di sé”.

La celeberrima massima è l’emblema di una trasfigurazione della 

memoria storica in poesia umana universale. In realtà, la meraviglia 

ruvese ha goduto dell’elisir d’immortalità, perché pur avvertendo il 

sovrappeso del tempo incalzante, non ha precluso all’uomo la possibilità 

di toccare, con mano, il ferro cocente di verità.

“L’ecclesia cathedralis” di Ruvo di Puglia 

(dedicata a Santa Maria dell’Assunta) è una delle più importanti 

meraviglie e capolavori d’arte romanica presenti in terra di Puglia. 

Fu costruita tra il XII e il XIII secolo e ristrutturata più volte 

successivamente. Col suo stile tipicamente Romanico, tendente 

al gotico (come le sorelle gemelle di Trani, Bari, Molfetta, 

Bitonto e Otranto) vanta di un patrimonio, non solamente 

arricchito esteticamente nella sua formalità, ma  architettonico 

nella sua struttura. La basilica romanica possiede tre navate e, 

ancora più sotto, una "domus ecclesiae" all’interno della propria 

pianta preesistente del V o VI secolo.Il sotterraneo (ipogeo), dov’è presente la “domus”, è rimasto 

nascosto per millenni fino al 1925, quando durante i lavori di 

scavo e ristrutturazione, emersero alla luce tombe risalenti all’età paleocristiana, alla romanità tardo antica. Dall'età peuceta sono 

state rinvenute alcune tombe con scarso corredo funebre ma che 

possono far pensare ad una zona adibita a necropoli e abitata 

per via della presenza di una fornace. Un vero e proprio “angolo 

sotterraneo dell’eternità”, che a misura d’uomo bussa alle pareti 

della storia contemporanea e della vita di tutti i giorni. 

Esso si fa presente nell’elegiaco sfondo delle anime vezzose 

in cerca del proprio catalogo genealogico di verità, in fatto di 

tradizioni, essenze folkloristiche, e panni strappati dal “processo di tagliamento” [M. Heidegger] del tempo nel suo corso e ricorso 

storico. Tutto ciò si verifica nel momento in cui, dietro le testimoniante 

materiali di un passato per sempre “passato nella sua unicità d’essere”, 

si celano realtà intransigenti al mondo diveniente, cioè “non si 

accontentano di diventar altro rispetto al passaggio della morte 

contingente”Le testimonianze rivelano verità ed episodi del tempo, con l’occhio 

del progresso storico culturale e fanno del tributo versato col 

sangue a fronte di conquiste e lotte senza pari per millenni di storia

”la storia della nostra anima, in quanto storia del mondo intero” 

[Benedetto Croce]
In altri termini, gli Spiriti del passato, attraverso la giusta 

ricognizione e consapevolezza culturale odierna, ri-prendono 

vita in termini di ri-presentazione dello “spirito del tempo” [Hegel].
Ecco che il passato storico, o meglio la verità del passato storico, 

coincide con la forma del presente nella sua totalità data.
Il nostro passato storicizzato (stando alle parole del filosofo 

francese Henry Bergson) ci segue tutt’intero in ogni momento; 

quello che abbiamo sentito, pensato e voluto fin dalla prima 

infanzia è là, chino sul presente, che esso sta per assorbire in sé, 

incalzante alla porta della coscienza”.Il fiume delle vita che scorre impetuoso “nel cammin di nostra vita” 

[Dante] nonostante i propri moti vorticosi, incontra la propria 

foce nella riflessione personale di Domenico Ruggiero in cui 

– egli è convinto – la storia è la vera conoscenza del reale; 

essa coincide con le infinite identità che regolano i rapporti 

individuali e sociali della dimensione umana. “Senza storia, 

l’uomo perderebbe la propria virilità. Secondo Ruggiero, 

l’uomo è quel microcosmo sociale fattosi storia nella specie 

umana. E’ possibile parlare di essere umano solamente se 

si hanno le testimonianze certe della propria genesi storica.Concludendo, la nostra conoscenza storica insegna l’uomo 

a rendersi uomo dinnanzi ai propri simili con le proprie deficienze. 

L’uomo, in ultima analisi, essendo il prodotto del nostro 

passato storico, solamente in questi termini può, tramite 

la ricognizione del proprio passato, ritrovare la propria linfa vitale, 

verso il proprio riscatto socio-culturale.Tutto ciò sarà possibile, appunto, conoscendosi storicamente 

e riconoscendosi come membro appartenente all’interno di un 

circuito storico-culturale.



sabato 13 aprile 2013




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ELOGIO al VINO 
di Fabio Squeo


Giovanni XIII scrive: <<Gli uomini sono come il vino. 
Alcuni diventano aceto, 
i migliori invecchiano bene>>. 


Qual è la causa sprigionante, nascosta dietro l’effetto
della bevanda, tanto bramata dal Dio Bacco ? 
A partire dal riconoscimento della cultura baccanale 
è possibile cogliere la forza del verbo, che solletica
piacevolmente il palato? Ecco che, credo  sia  necessaria
importanza avviare un’indagine meticolosa volta, 
attraverso le adeguate chiavi di comprensione, 
al conseguimento della verità  dell’uomo nel proprio 
circuito produttivo- storico-evolutivo, filosofico-morale.

Il vino è una bevanda alcolica ricavata dalla coltivazione 
della vite. Esso viene ottenuto “esclusivamente” dalla 
fermentazione del frutto dell’uva. Questa bevanda 
tipicamente di origine mediterranea, è conosciuta sin
dall’antichità. La sua coltivazione risale, indicativamente, 
intorno al 1700 a.C., ma è solo con la civiltà egizia, che si 
ha ilprimo miracolo dell’uomo e il successivo presagio di 
uno sviluppo delle tecniche di coltivazione e produzione agraria.                                                   
La Bibbia, attraverso le parabole della Genesi, attribuisce 
la scoperta del processo di lavorazione del vino a Noè
perché dopo l’avvento del Diluvio Universale, avrebbe piantato
una vigna, con il cui frutto fece del vino e ne bevve fino ad 
ubriacarsi. Noè, quindi, riconobbe l’impeto morale e il segreto 
della vita e ad essa rese omaggio tramite quella stessa terra 
per mantenere inalterato l’onore del popolo ebraico.  
Ecco che i cristiani celebrano l’eucarestia domenicale 
nell’attesa della venuta” piena di Cristo, a suggello 
della storia. Nel sacramento dell'Eucarestia, Gesù ha scelto 
il vino come specie sotto cui si cela il Suo sangue 
"per la nuova ed eterna alleanza, versato per gli uomini 
e per tutti in remissione dei peccati". La cultura del vino
nella storia, “ha sciolto qualsiasi segreto” 
(…reciterebbe un proverbio cinese) tanto che esso ha
scatenato simpaticamente la fantasia di innumerevoli 
poeti e scrittori, contemporanei e del tempo passato. 
Essi, hanno lasciato un chiaro messaggio d’amore nel cuore 
della storia delle produzioni e delle arti umane.

<<Il vino è la poesia della terra>> (… come Mario Soldati 
dichiara con la sua sensibilità).  Sotto la lente della critica 
filosofica, la fermentazione ai fini della produzione vinicola, 
non si ferma al “processo consistente nella trasformazione 
chimica di sostanze organiche per mezzo di alcunimicrorganismi 
[cfr. Zanichelli] ma va ricordato che, la bevanda bramata da Bacco,
è sempre un capolavoro squisitamente umano, o meglio 
un ingegnoso contributo culturale e colturale mediante 
il quale, l’uomo, attraverso l’acquisizione di tecniche raffinate,
ha penetrato i ripostigli segreti della natura. “Alla natura  - 
però - direbbe Francesco Bacone – si comanda solo ubbidendole>>.  
E’ così è stato: l’uomo , avvalendosi di strumenti di misurazione
e spirito filosofico, ha reso gloria del proprio tempo all’umanità,
bisognosa già da tempo di identità morale e culturale.
Ecco che l’uomo ”si è tirato su le maniche” e ha messo in 
discussione le regole del gioco “dei dadi”; egli ha saputo 
giocare onestamente con la natura e ha deliziato dei 
beni più prolifici. Certamente, il suo capolavoro 
artistico-intellettuale, consistente nel far diventare l’uva
 appena tagliata dall’albero in bevanda, lavorata a fragranza 
con l’esatto metro zuccherino apportato, ha tanto fatto solleticare 
e divertire, per qualche secondo, il palato, e spedito a nozze 
colui il quale, sullo scenario alimentare, di una portata e 
l’altra, dei cibi domenicali a base di carne rossa o pesce,“ha reso 
meraviglioso il volto dei suoi pensieri” [Henri de Regner]. 
La procedura finalizzata alla produzione del vino avviene 
(secondo la vendemmia) a piena o sufficiente maturazione: 
la macerazione dei vini rossi con la pigiatura delle uve "diraspate"  
e  gli ulteriori servizi di follatura e svinatura per le successive
rese al prodotto finito. Essa, con occhio critico, riconosce l’intervento 
dell’uomo sulla natura, ossia la sua azione e manipolazione 
sulle colture attraverso le quali è possibile raggiungere 
il proprio interesse personale in fatto di tornaconto privato 
e/o universale, ossia legato al buon senso comune. Questo percorso, 
consente anche l’inserimento di questioni legate alla 
dimensione etica dell’attività agro-alimentari, meglio conosciuta 
come “etica della coltura e del gusto”. La nostra comprensione 
nel tempo dell’oggi, è ancora parziale e limitata. Spesso si 
discute dell’etica della coltura, e dei beni eno-gastronomici 
come di concetti associati all’interesse privato, alla dimensione
del proprio tornaconto economico, opposta a quella 
razionale/umana, - Benedetto Croce ci ammonisce con la sua perla: 
“abbiamo bisogno solamente di gente più onesta” - che si collega 
direttamente al mondo della cura per il prossimo, della solidarietà 
e del bene universale. L’impiego della metafora di Croce, 
sancisce l’invito “universale” a coloro che devono svegliarsi 
dal lungo“sonno dogmatico” [Emmanuel Kante recuperare 
gli interrogativi lasciati in sospeso sui parametri di giudizio e 
sui criteri che rendono possibili la via dello scambio e del dono 
nella comunità.  Il vino, oltre a soddisfare i nostri piaceri estetici 
momentanei, è un ottimo baluardo contro le possibili 
alterazioni fisiologiche; fornisce peraltro un ottimo nutrimento 
allo spirito. Il “vino è umore e luce nello stesso tempo” per dirla 
con Galileo Galilei. Attraverso l’esperienza genuina dell’olfatto, 
esso  si mostra estroso e intenso nei profumi, attraverso 
la vista offre un panorama suggestivo al tramonto, con i suoi 
raggi rubini  che  conferiscono un tocco  magico di avvincente 
piacevolezza. Esso è un appuntamento con la fantasia, 
all’insegna del  “supecalifragilisticespiralidoso” tratto dal film 
Mary Poppins , oppure  “ un assaggio dell’eternità nel microcosmo 
del sentire” per dirla con il filosofo e mistico ebreo 
Abraham J. Heschel, dove l’anima gode non solo del proprio 
intervento cattedratico, in fatto di  sperimentazioni, ricerche, 
ma d’altro canto fa esperienza dei sublimi scenari del gusto, 
dell'estasi e della liberazione dei sensi nell’universo dello spirito. 
Dallo scenario estatico si evince, lucidamente, il vigore della 
natura (del vino) che caricata di sapori e stupori mostra  
la “propria forza sconvolgente, che  penetra l’uomo nelle vene, 
sparge e distribuisce l’ardore della vita “  [Aristofane]. 
L’intervento di Domenico Ruggiero pare essere la confutazione 
di un’esperienza ammaliante di vita, sulla base del proprio 
rapporto legato al consumo della bevanda. Egli ritiene a chiare 
linee, che “l’effetto benefico del vino si esercita soltanto 
quando viene consumato in modiche quantità; in caso contrario, 
infatti, i danni provocati dal suo abuso superano di gran lunga 
i benefici dovuti all’assunzione di questa bevanda e dei suoi 
componenti  ”  e ancora “ il Vino, essendo la bevanda degli 
dei – conclude – offre al bevitore un ottimo elisir di lunga vita”. 


domenica 7 aprile 2013

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BENEDETTO CROCE: UOMO D’AMORE E DI LIBERTA’di Fabio Squeo



Benedetto Croce è uno dei più grandi filosofi italiani del ‘900.
Custode della verità, uomo di cultura e d’amore per la ricerca e la consapevolezza degli spiriti indagatori. Egli  custodiva gelosamente alcuni valori fondamentali, motori senzienti, leva sulle coscienze degli uomini: l’onestà e l’umiltà dinnanzi ai regolamenti di conti da parte dell’caparbio esistenziale. Egli ha condotto, per un’intera vita, ricerche prevalentemente di carattere storiografico e filosofico-morale; ha recuperato, sulla base del rapporto inscindibile con la vita, i valori di una sana e giusta condotta dell’agire umano, già da tempo declinati dalla spinta imperialistica europea e mondiale. Ragion per cui, egli ha ben compreso la necessità di legittimare il suo statuto assiologico della dimensione etica della realtà e di attivare tutte le forze ideologiche-morali (anti-fasciste) affinché esse potessero ritrovarsi in un’unica lotta, certamente senza pari, atta però al recupero degli elementi dinamici della storia e della promessa di libertà dei singoli. Egli ha vissuto gli effetti di una lunga storia, fatta di conquiste e devastazioni a causa del primo conflitto mondiale, a danno decisivo del proprio vigore spirituale e dei pensatori, ormai destinati all’oblio del nulla. Ha ripreso, e fatti suoi, i concetti dello “spirito del reale razionale” [cfr Hegel] e li ha usati come lame barbaramente conficcate nel cuore degli“uomini d’amore e di libertà” (per dirla alla Luciano De Crescenzo). Lame, irriducibilmente cariche di odio e di significato diabolico, che hanno stregato valori e certezze, redarguite dalle canoniche entità “veritas sine modo (proprie delle verità cristiane) a discapito degli inni poetici permeati da secoli nel divenire della “storia umana contemporanea.
Croce ha voluto essere, insistentemente, un uomo libero; ha preteso la libertà incondizionata; non si è avventurato per  lontani oltre-mondi ma ha lasciato ancorati i piedi per terra, onesto tra i propri simili.  Egli , peraltro, racchiude la propria dottrina universale con la celeberrima:
“religio libertas” , legata da sempre all’imperativo categorico:"la storia umana è storia della libertà" : infatti, egli ha sempre indirizzato la sua polemica verso i movimenti di massa dei regimi totalitari, perché questi depauperano gli innocui spiriti umani e le realtà interiori di coloro i quali, pur rinunciando all’assunzione di incarichi universitari, decidono all’unisono la gloria della libertà eterna.

"Che cosa sono – si chiede Croce – le angosce per la perduta libertà, le invocazioni, le deserte speranze, le parole d'amore e di furore che escono dal petto degli uomini in certi momenti? La risposta è questa: quelle angosce, quelle invocazioni, quelle speranze, quell'amore e quel furore, sono la storia che si fa e, potremmo aggiungere, è la libertà che si cerca. Forse è nel disordine di questa libertà che possiamo tornare a riaprire i libri, chiusi da tempo”.

La storia dell’uomo è la storia dell’anima umana, storia della libertà dell’uomo, che prende vita, solamente a patto che essa venga vissuta con spirito d’essere. Il suo pensiero trae i propri aneliti dal “senso autentico esperito” dalla/della libertà: ossia, un punto di riferimento per molti di coloro che al fascismo si sono opposti e sulle sue ceneri hanno elaborato i principi di una nuova convivenza e spirito di tolleranza sociale.
Perché questo?  Secondo Croce, solamente adoperando misure di sicurezza contro le irragionevolezze da parte del particolare esistenziale è possibile cogliere lo spirito universale, la cui storia coincide con quella dell’intero universo. Sulla scia del concetto crociano, cioè sulla necessità di vivere la storia della libertà nella sua piena manifestazione d’essere, Domenico Ruggiero risponde con simpatica e onesta ironia “ è necessità umana saper vivere la propria storia a misura d’uomo e non da Storione.”  Solo in questi termini, la verità, che porta alla libertà universale, si coniuga con gli aspetti volitivi dello spirito ricercatore di universalità, raccoglitore di giustizia, di amore, di fratellanza e volo in direzione di Dio.



6-4-2013

sabato 6 aprile 2013


http://domenicoruggiero.it.gg/L%26%238217%3Bocchio-dell%26%238217%3Banima-nell%26%238217%3Besperienza-estetica-della-musica--k1-Fabio-Squeo-_-6_4_2013-k2-.htm#.UV_XGqKSKFD


L’occhio dell’anima nell’esperienza estetica della musicadi Fabio Squeo


Può la musica al giorno d’oggi trovare spazio nel cuore degli uomini, distratti dal rumore assordante della materia?

Nell’esperienza estetica della musica, l’uomo si stacca dalle catene della materialità e dai falsi miti che essa genera, aprendo un panorama idilliaco, nuovo, dove gli incontri vivono la voce del silenzio melodico, dove l’occhio cinico dell’anima non si limita a vedere, ma con raffinata osservazione gode nel prospetto dell’oggettività.

Ecco che, con cristallina evidenza, l’occhio dell’anima determina il proprio campo d’azione, attraverso il proprio effetto dirompente e rivoluzionario sul mondo entro cui esso è calato. L’effetto dichiara "solenne" la propria scaturigine, specialmente in colui che si espone sensibilmente a “riconoscere energicamente” la musicalità del mondo, la propria linea d’onda senza soluzione di continuità.

La musica, qualora fosse “riconosciuta” offrirebbe sane e terapeutiche possibilità di ritrovarsi in sereno rapporto con le proprie forze psico-motorie.

Facendo leva sull’esperienza estetica della musica, l’ascoltatore annulla le barrire dei condizionamenti, oltrepassa gli argini delle preoccupazioni fino a ritrovare la giusta empatia compatibile con le singole energie del mondo, affinché egli possa trovare mutuo soccorso nei momenti più difficili.

La musica esprime tutta la sua saggezza, domandando continuamente al cuore degli uomini – assicurando la giusta dichiarazione d’amore all’universalità dei rapporti umani”.

E’ un appuntamento con l’Occhio dell’anima per un’esperienza unica del suo genere. Essa seduce inevitabilmente e ci appronta confidenzialmente alle acque più profonde dell’Io.

L’artista è l’emblema dell’ascoltatore energico che riconosce da lontano i propri spiragli di verità.

Egli ha la capacità di sintonizzarsi con le singole frequenze energetiche offerte dalla musica, partendo dalla propria pre-disposizione “al riconoscimento della Musicalità.

Egli non guarda gli oggetti nella loro utilità pratica, bensì con pacata naturalezza scorge essenze fine a se stesse, modelli moralmente giusti , e nell’ascesi del proprio io, l’anima si unisce all’eterno.

E’ importante abbandonarsi anche per un solo istante agli eterni richiami, perché solo così l’io, nudo da ogni sipario, pone l’intelligenza al servizio del bene cosmico.