domenica 20 maggio 2012

Contro le radici... Un saggio di Maurizio Bettini

Un SAGGIO che deve far riflettere


CONTRO LE RADICI. Tradizione, identità, memoria.SAGGIO di Maurizio Bettini (il Mulino ed., pp. 107, euro 10)

(a cura di Sergio D'Amaro) - "La Gazzetta del Mezzogiorno"

 

Sorretto dal suo solido retroterra di classicista, M. Bettini
scrive un pamphlet Contro le radici, contro cioè un luogo 
comune che sembra aver fatto più danni piuttosto 
che aver chiarito la posizione dell'uomo del terzo millennio
di fronte al suo passato.
La parola "radici" è una metafora vegetale che presuppone
una staticità oltre che una stabilità, rischiando però di saldare
il concetto di qualcosa di inoppugnabilmente sicuro e dato una
volta per sempre.
Le radici danno il tronco, il tronco dà i rami e così via, secondo
una generazione verticale che guarda il cielo e che finisce per
perdere di vista proprio il vasto orizzonte di geografie 
compresenti sul territorio.
Bettini propone, invece, una metafora orizzontale, 
sicchè al posto di parlare con immagini arboree 
si opta per il fiume e per i suoi eventuali affluenti. 
La metafora "fluviale" consente una mobilità
che le terragne radici non consentono e rappresenta 
meglio la fluidità incessante, lo scambio continuo, 
l'apporto indeterminato che serve per costruire 
una tradizione e una memoria.
Diceva Montaigne: "Immagino e concepisco mille contrarie
maniere di vivere". 
Perché, allora, seguendo prudentemente il grande francese,
dovremmo concepire una strada assegnata per virtù
misteriosa, quasi che ce l'abbia indicata il fato o addirittura
un dio autoritario?
Seguire troppo supposte radici ha significato 
in più di un caso -  e Bettini enumera almeno quelli della Lega,
del conflitto israelo-palestinese, della guerra tra
Tutsi e Hutu - contrasti insanabili e ideologie del sangue
e del suolo capaci di un alto potere distruttivo.
Più che di "autoctonia", cioè di appartenenza ad un dato
luogo, si dovrà parlare di elaborazione culturale di un 
variegato ventaglio di opportunità che poi si trasformano
in un sistema trasmissibile alle generazioni future. 
Insegnando e imparando, scegliendo e memorizzando, 
scrivendo e diventando "autori" (auctores) si costruisce
l'edificio di una tradizione che sarà a sua volta rielaborata,
sfrondando via via quello che sarà diventato caduco o 
inutile o insignificante.
La tradizione è soprattutto scrittura, è memoria collettiva 
condivisa, un organismo plasmabile secondo un DNA
che accetta la diversificazione e la combinazione continua.
Cosa dovremmo dire della tradizione dei classici latini o della 
tradizione cristiana? Non è stata forse un'elaborazione, 
una scelta, una volontà culturale? Cosa è stato importante
o cosa è venuto a cadere lungo i secoli?
Il saggio di Bettini giunge a proposito anche per le questioni
implicite che si pongono in riferimento alla discussione
attorno all'"identità liquida" descritta da Bauman,
preoccupato di una sorta di delocalizzazione della coscienza
contemporanea come risposta agli effetti della globalizzazione.
In realtà, è bene che un fiume abbia una sorgente, ma non
è male che poi si arrichisca, s'increspi, diventi impetuoso
e infine si riposi in sintonia col paesaggio che è stato 
capace di attraversare e di rendere fecondo.